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19 aprile 2006 > Come non perdere le voci vive della Resistenza, "La Nuova Venezia" PDF Stampa E-mail

Come non perdere le voci vive della Resistenza

Nell’ambito della «Fabbrica della cultura» una delle iniziative che il rinnovato Centro Candiani di Mestre dedica ogni mese a un’istituzione metropolitana - in questo caso l’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea - si presenta quest’oggi (sala conferenze del Candiani) alle 17.30, il volume Memoria resistente. La lotta partigiana a Venezia e provincia nel ricordo dei protagonisti, a cura di Giulia Albanese e Marco Borghi (Nuova Dimensione, 2005).  Dal 1992 l’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea ha avviato una linea di ricerca volta al recupero e alla pubblicazione delle fonti sui resistenti, che ha dato spazio e parola a molti partigiani, dai Gap a Giustizia e Libertà, permettendo loro, a molti anni dalla fine delle guerra, di rivedere e rieleggere la propria partecipazione a quegli eventi insieme tragici ed epici, investendo anche episodi a tutta prima marginali, ma che se riletti in un più ampio contesto appaiono come tanti tasselli di un unico mosaico.  Ora, a completamento del lavoro di questi anni, l’Iveser pubblica, curato da Giulia Albanese e Marco Borghi, un volume che, assieme all’annesso cd, costituisce un punto d’arrivo di questo lavoro decennale, dando inoltre corpo a un nutrito gruppo di ricercatori, un’autentica scuola, molti dei quali trentenni, che dietro l’insegnamento del presidente dell’Istituto, Mario Isnenghi, e di altri docenti da Maurizio Reberschak a Piero Brunello, hanno ricostruito una rete di persone, prima che di fatti, a futura memoria, sull’invito, fatto da un altro storico «militante» come Adolfo Bernardello e di altri soci dell’Istituto, ad agire prima che fosse «troppo tardi», prima che il tempo si portasse via la memoria fisica dei resistenti.  Proprio il cd (venduto assieme al volume, 18 euro) dà fiato a 109 intervistati, circa il venti per cento delle quali donne, con una propria specificità, che in vario modo e titolo parteciparono - in molti giovanissimi - alla Resistenza. I saggi del libro rielaborano queste presenze, sia identificandovi un filo comune alle diverse estrazioni e luoghi, dove i partigiani vissero e agirono - anche lontano, come i Trentin, in Francia - sia ricollegandosi ad altri, ancora giovani ma già importanti come Cesco Chinello o Renzo Biondo, ai maestri come Giuseppe Turcato o Agostino Zanon Dal Bò.  Ecco, il rapporto tra allievi e maestri è comune e marcato in tutto il volume e vorrei dire in tutti gli studi dell’Iveser. E non solo perché si tratta di un rapporto dialettico costruttivo per eccellenza, ma perché nel ripercorrere anche le presenze dei docenti delle diverse scuole, si capisce il perché delle composizioni più o meno antifasciste dei rispettivi istituti. Come dire che allo scientifico veneziano, il «Benedetti», uno all’antifascismo vi giungeva naturalmente, avendo professori Sandro Gallo o Francesco Semi, poi rispettivamente a capo della Resistenza nel Cadore (fino alla morte a Lozzo) e in città. Luoghi e percorsi che si snodano nel libro a partire dalle testimonianze dirette approdano ai sestieri, o più semplicemente alle zone, il Lido, Sant’Elena, Cannaregio, che diventano teatri d’azione dei giovani resistenti che al pomeriggio sembrano svolgere il compito civile ed etico che hanno appreso al mattino, a scuola, al Benedetti come si diceva, e in misura minore nei due licei classici del Polo e del Foscarini, ma persino alla scuola dei padri Cavanis. E analoghi ricordi emergono, tra esperienza diretta e vissuto revocato, anche nel miranese, in Riviera del Brenta, nel portogruarese e a Concordia. O sui monti, che restano il teatro più tradizionale e consueto della lotta partigiana, con le azioni e le fughe, i rastrellamenti e la vita alla macchia.  Ma al di là dei saggi, mi piace richiamare ancora l’attenzione sul lavoro fatto per il cd: 1800 pagine virtuali, migliaia di parole e di ore di trascrizione. Un lavoro certosino, meglio partigiano, militante, che sarebbe sin banale dire che è stato fatto «solo» per non dimenticare. La gran parte degli intervistati, pur accettando la dimensione epica, «fortunata», di quella partecipazione, la rivede criticamente, la scansiona in modo spesso impietoso, non lesina critiche a se stessi e ai propri compagni di strada; eppure tutti abbandonano nel racconto, anche grazie agli intervistatori, la dimensione memorialistica per abbracciare definitivamente quella storiografica. In attesa che lo faccia anche l’altra metà degli italiani...
 
Michele Gottardi
 
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